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NOME SCIENTIFICO: Atropa bella-donna L.

Descrizione: Pianta perenne, erbacea, caratterizzata da un grosso rizoma cilindrico, fusti eretti, sottilmente scanalati, con rami allargati. Altezza sino a 160 cm.
Le foglie, picciolate, sono ovali, acuminate all’apice, alterne nella parte inferiore del fusto, mentre nella parte superiore sono inserite a 2 a 2 dallo stesso lato, una è molto più piccola dell’altra.
I fiori che nascono all’ascella delle foglie, sono solitari, penduli e portati da lunghi peduncoli. Il calice è formato da 5 sepali, la corolla campanulata, si separa alla fauce in 5 lobi triangolari rivolti all’infuori e arrotondati all’apice; è di colore porporino-violaceo con base bianco-verdastra.
I frutti sono bacche sferiche, di 13÷18 mm di Ø, dapprima verdi poi nere e lucide a maturazione. Semi reniformi, subreniformi, lunati o avati, alveolati brunastri, di 1,3÷1,8 mm.

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Antesi: giugno÷settembre

Distribuzione in Italia: Presente, rara, in tutto il territorio.

Habitat: Nei boschi, nelle radure. Predilige terreni sabbiosi e argilllosi, ricchi di calcio, dalla pianura sino a 1.400 m.

Proprietà ed utilizzi

Erba narcotica, antispastica, analgesica; riduce le secrezioni della bocca, dei bronchi e dello stomaco.
Tutta la pianta contiene alcaloidi tossici: josciamina, atropina, scopolamina .
È un antidoto potente per molte intossicazioni.
Opportunamente dosate, le sostanze contenute nella pianta possono essere impiegate nella cura di diverse malattie.
Per uso interno: in caso di asma, calcoli renali e biliari, morbo di Parkinson, prima degli interventi chirurgici.
In eccesso causa secchezza della bocca, perdita di voce, dilatazione delle pupille, fotofobia, stato confusionale, difficoltà respiratoria, morte.
Per uso esterno: in unguenti e cataplasimi contro dolori reumatici e muscolari e nelle gocce per gli occhi durante le visite oculistiche.
Note: Specie protetta in alcune regioni, in alcuni Paesi, i suoi alcaloidi e l’erba stessa sono soggetti a restrizioni legali.

Curiosità: Prima della comparsa dei moderni anestetici, quest’erba veniva applicata alla pelle dei pazienti per renderli incoscienti prima dell’operazione, il preparato era detto”pomata dello stregone”.
La quantità di alcaloidi presenti nella pianta è determinata dal tipo di suolo sul quale vegeta, le piante che crescono all’ombra danno droghe molto più efficaci.
Esiste una seconda spiegazione del suo nome di belladonna, potrebbe derivare dal francese “belle femme”, termine usato nel medioevo per indicare le streghe. Esse infatti, la utilizzavano, insieme alla mandragora e allo stramonio, per preparare pozioni e unguenti.
Vuole la leggenda che le streghe si recassero ai sabba a cavallo di scope volanti che cospargevano con questi unguenti prodigiosi. É diffusa l’opinione che molto probabilmente, le donne impiegassero su sé stesse i preparati a base di belladonna, che i loro voli fossero quindi, allucinazioni provocate dalle erbe stesse e i voli fossero fossero in realtà”viaggi psichici”.

Simpatico è il detto a doppio senso “devi farti strofinare il corpo con la belladonna” , lo si dice scherzando a chi ama lamentarsi per ogni piccolo dolore!

Principali Fonti
PIGNATTI S., 1982. Flora d’Italia, Edagricole, Bologna
PŘÍHODA A., 1990. Le piante della salute, Fratelli Melita Editori, La Spezia.
BOWN D., 1995. Encyclopaedia of Herbs and their Uses, Dorling Kindersley, London
Index Plantarum Flora Italicae – Indice dei nomi delle specie botaniche presenti in Italia
The International Plant Names Index (IPNI)

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